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Cartolina Mar.2021 Cime di passaggio
C’è una sorte di euforia che si sperimenta sulla cima di un monte, una sensazione di libertà e insieme di soddisfazione di un desiderio atavico che non sapevamo di avere, forse un riscatto delle nostre dimensioni minute rispetto ad un orizzonte che ci appare così irraggiungibile dal basso, forse il superamento di quel senso di frustrazione dovuto all’impossibilità dell’uomo di volare, di infrangere quei limiti corporali che i nostri sensi, la nostra fantasia, non riconoscono.
Una volta giunti in cima quanto più si fa silenzio intorno a noi (ovviamente cosa facilitata andando in solitaria), quanto più il nostro mondo, quello “da basso”, si dissolve, e troviamo spazio dentro di noi ad una dimensione diversa del nostro essere; non ci sentiamo più dentro il paesaggio, sopra la terra, ma diventiamo parte della natura che ci circonda: siamo nel cielo, siamo nell’aria, siamo nel vento, siamo nella luce, non è solo il nostro sguardo che si allontana verso l’orizzonte, siamo noi stessi che sentiamo di essere trasportati con lui, liberi di volare.
In molti si rimane stregati da questa magica euforia, da questa sorta di ebbrezza benigna (Nan Shepherd nel suo libro “La montagna vivente” esprime un concetto simile parlando di feynità di montagna), e per sperimentarla ancora accettiamo privazioni e tanti sforzi, certi che saremo ben ripagati perché abbiamo scoperto, per dirla con le parole di Walter Bonatti, che: “Chi più in alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna”.
Con gli anni però ho compreso che la cima, per quanto assurdo possa sembrare, non è la meta, ma fa essa stessa parte del cammino; una volta un signore conosciuto in montagna mi disse che una gita non finisce finché non si torna a casa, lui si riferiva al fatto che bisogna rimanere concentrati anche sulla via di discesa, non rilassarsi credendo che ormai si sia raggiunto l’obiettivo preposto; aveva ragione, ma oggi quelle parole hanno assunto un significato più profondo per me, oggi comprendo che se una gita, una cima, una volta ridiscesi a valle ci fa tornare le persone di prima, al più con un bel ricordo, manca qualcosa; in me lascia il desiderio di trovare un migliore equilibrio con la natura che mi circonda, con gli altri e… con me stesso.
Quella magica ebbrezza che sperimentiamo sulle cime può darci una soddisfazione momentanea, ed è già tanto, ma può anche alimentare una maggiore consapevolezza del nostro ruolo sul pianeta (proprio quel peso della farfalla di cui avevo parlato nella cartolina di Ottobre 2020 su Maupanphoto); può sembrare un controsenso ma la cima in una gita serve, è una meta, quanto più diviene un “passaggio” per avere occhi nuovi, l’essenza più profonda di ogni viaggio.
Forse per questo cerco sempre nelle mie gite di ideare percorsi ad anello, per continuare a “scoprire” il cammino, per non allentare la tensione di meravigliarsi quando si dischiude il paesaggio oltre il crinale, oltre il bosco, oltre il torrente; si arricchisce la propria esperienza conoscendo la montagna da una diversa prospettiva rispetto alla salita, ma ancor più si rimane in gioco fino alla fine!
Buona visione con la cartolina di Marzo su Maupanphoto.com