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Cartolina Lug.2022 Storie di ordinaria poesia
Mi ricordo di aver letto su un libro di tecnica fotografica che nella maggior parte dei casi una bella foto non va cercata arrampicandosi in chissà quale strana posizione, inventandosi l’inquadratura sensazionale che lasci tutti a bocca aperta, ma che basta spostarsi di poco dal posto più ovvio, proprio quello da cui tutti si fermano frettolosamente a scattare una foto, perché è quello più immediato, più evidente; è sufficiente infatti spostarsi di un metro, o abbassarsi a livello del terreno, o ancora salire sulla vicina collina per cambiare la “prospettiva comune”.
Stimolato da queste parole ho sempre cercato nelle mie foto questo “spostamento”, e devo dire che con un po’ di calma l’ho quasi sempre trovato, arriva cioè quel momento in cui si concretizza la giusta inquadratura, quella che combina la bellezza di quello che hai di fronte agli occhi con la bellezza che hai dentro e che vorresti poter comunicare anche fuori di te; credo in effetti che sia come una forma di ringraziamento, alla bellezza che ti viene donata senti il bisogno di rispondere restituendo umilmente la tua interpretazione, una rielaborazione di ciò che attraversa la tua esistenza; quanto più ci si sofferma a guardare un paesaggio infatti, quanto più si scopre che si crea una forma d’interazione con lui, a suo modo ci parla, c’interroga, e rimane in attesa della nostra risposta.
Così, cercando questo “spostamento”, è nata la cartolina di questo mese: mi trovavo a Piana Grande di Castelluccio di Norcia durante la fioritura delle lenticchie (così chiamata impropriamente perché in realtà i fiori delle lenticchie sono quelli meno appariscenti), feci un po’ di scatti girovagando tra i campi, poi mentre mi allontanavo in macchina vidi con la coda dell’occhio questo campo ricolmo di papaveri, mi fermai bordo strada ed iniziai a cercare l’inquadratura, mi ricordo che mi allontanai sempre più dalla strada, non cercavo tanto o solo di raccontare la strarompente bellezza e forza che si irraggiava da quel campo, evidente a chiunque, quanto di dare una collocazione (una risposta) a quella travolgente passione che quella vista attraversandomi suscitava in me.
La trovai in questa inquadratura: immaginai una guida rossa, una di quelle che ci accolgono all’entrata degli alberghi importanti, o all’ingresso delle chiese in occasione di funzioni religiose particolari, e questo sinuoso cammino mi guidava verso l’amata montagna, rappresentata dallo Scoglio dell’Aquila (il bastione roccioso sullo sfondo), che si trovava proprio nel posto giusto al momento giusto potrei aggiungere; il tutto creava un ponte tra la nostra realtà terrena (il campo coltivato rappresenta il legame dell’uomo con la Terra da cui trae sostentamento per la sua sopravvivenza) e le nostre aspirazioni celesti (la montagna rappresenta il nostro desiderio di salire più in alto rispetto alle nostre esigenze quotidiane, di vedere più lontano insomma dello stretto necessario, di allungare il nostro sguardo, i nostri sogni).
Avrei voluto dare un poco più di spazio al cielo nella composizione (ho fatto anche uno scatto in verticale ma risulta meno evocativo), ma l’obiettivo grandangolare che avevo non me lo consentiva se non a scapito del primo piano che invece a mio avviso doveva avere le preponderanza, così accettai una piccola striscia di cielo sufficiente però a ricordarci l’origine di tanta luce (il cielo rappresenta la linfa vitale che nutre sia la montagna che il campo), e a me che la vita in fondo è fatta di compromessi, piccoli o grandi che siano, che vanno accettati.
Buona visione con la cartolina di Luglio su Maupanphoto.com