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Cartolina Lug.2021 Vivo un equilibrio instabile
Solo pochi giorni fa dalla cima di una montagna scrutavo i prati sotto di me in cerca di una traccia, un sentiero, sulla carta l’unica possibilità che avevo di compiere un anello intorno alla montagna (il tipo di percorso che prediligo) era di perdere molto dislivello fino ad incrociare un sentiero segnato che mi avrebbe riportato al punto di partenza con un lungo traverso ma tutto nel bosco; individuato dall’alto un abbozzo di sentiero sono sceso ad intercettarlo al margine del bosco nella speranza che facesse il caso mio, ho iniziato a seguirlo nella direzione che mi serviva ma ho ben presto capito che si trattava di un vecchio sentiero abbandonato che non mi avrebbe concesso alcuna certezza di esito positivo.
La traccia era assai esile, si nascondeva tra l’erba alta ed a tratti spariva del tutto, i pendii prativi su cui si sviluppava erano quelli che separavano il margine del bosco dalla cima della montagna, per cui abbastanza ripidi e scoscesi, il procedere era perciò molto lento ed attenzionato a non mettere il piede in fallo e scivolare; in compenso la giornata era splendida e bastava fermarsi un attimo perché gli occhi e la mente si caricassero di stupendi panorami sulle valli e le cime circostanti; solo percorrendolo mi sono accorto che si manteneva costantemente alla stessa quota, scavalcando crinali e conche alpestri, così ho compreso che quasi sicuramente si trattava di un vecchio sentiero con il quale i pastori potevano spostarsi velocemente sui prati sommitali con i loro animali, ma ancora non avevo la certezza che mi avrebbe riportato dove volevo.
Quando già cominciavo ad intravedere in lontananza la meta prefissata, in un’area particolarmente rigogliosa di vegetazione, la traccia è sparita del tutto e non c’è stato verso di ritrovarla, mi son chiesto allora se valesse la pena andare ancora avanti o se non fosse più semplice e meno dispendioso risalire fino in cima per tornare poi sui propri passi; nell’attesa di una decisione mi son fermato a riposare e a dissetarmi, quindi rialzatomi ho guardato ancora con più attenzione in avanti a cercare tracce del fantomatico sentiero, e si…quel cambio di luce tra l’erba ad un centinaio di metri da me sembrava proprio tradire la presenza di una traccia o di uno scherzo del paesaggio!
Ho deciso di proseguire e dopo pochi minuti con incredulità l’ho ritrovata (la traccia), sempre lì alla stessa quota, che sembrava avanzare sorniona tra l’erba e i cespugli a sfidarmi per vedere quanto ancora gli avrei dato fiducia; glie ne ho data ed è stato solo allora che ho vissuto uno di quei momenti magici, quando ti trovi in un posto e in un preciso momento, e senti che non hai bisogno di nulla più e tutto ha avuto un senso se ti ha condotto fino a lì: mi sono ritrovato ad attraversare un selvaggio canalone che scendeva dalla cima del monte e sembrava dipinto da un pittore perché era tutto, letteralmente, ricoperto da un mantello di fiori gialli (Ginestra stellata) che innondavano di una calda luce il paesaggio.
Ancora qualche passaggio incerto su impluvi scoscesi e piccole frane, ed ho completato il periplo della cima tornando proprio dove avrei voluto, sul comodo sentiero segnato da cui era iniziata la salita; è allora che ho compreso che quel sentiero appena concluso in fondo era la metafora della mia vita, e mi è tornata in mente la canzone degli Stadio “Equilibrio instabile” (autore Saverio Grandi).
Non sempre ce ne rendiamo conto ma la strada che percorriamo porta i segni dei nostri antenati, i nostri genitori in primis, e poi via via indietro per tante, tante generazioni, la nostra impronta ricalca in parte le loro (l’esile traccia di antichi pastori), che lo si voglia o no; e se è vero che la direzione che prendiamo risponde ad una nostra esigenza, bisogno attuale, credo che siamo anche noi come gli animali che migrano spinti da una migrazione interiore che affonda le sue radici molto prima di noi.
Il sentiero a tratti presente e che a tratti scompariva mi ha ricordato i momenti della mia vita che periodicamente si ripetono, quelli in cui la direzione sembra giusta, chiara, contrapposti a quelli in cui mi assale il dubbio e lo sconforto perché mi vengono a mancare i punti di riferimento, di condivisione; il terreno ripido, scivoloso, rappresenta le difficoltà della vita, che si ripresentano ogni volta ed è illusorio sperare che finiranno; i tratti franati sono quelle esperienze dolorose della vita che vorremmo non affrontare ma che una volta affrontate ci fanno crescere; c’è poi il momento dell’attesa, del riposo, che la montagna mi ha insegnato non dovrebbe mai mancare prima di prendere una decisione importante.
Fortunatamente c’è anche il momento magico, il canalone fiorito, quando ti senti un re perché non hai bisogno di nulla più di ciò che già hai, quella è la felicità, e allora comprendi che la felicità non è una meta ma una condizione, uno stato dell’essere che non può essere fermato ma solo assaporato al momento, una sensazione dolce e leggera che ti pervade l’animo e gli dona pace.
E infine, infine c’è la chiusura dell’anello, la fine del sentiero e del viaggio, solo allora puoi capire se sei arrivato veramente dove volevi andare, se tutti i passaggi precedenti hanno avuto un senso, ma temo che questo non ci sia dato sapere perché ogni sentiero nella nostra vita è parte di un viaggio assai più grande che si concluderà solo quando torneremo al punto da cui siamo partiti e la vita e la morte si ricongiungeranno; una cosa però i sentieri di montagna me l’hanno insegnata: che una volta messo in cammino puoi arrivare molto più lontano di quanto immaginavi.
Ecco spero che queste riflessioni possano essere utili a qualcuno di chi, come me, continua a vivere in un equilibrio instabile.
Buona visione con la cartolina di Luglio su Maupanphoto.com