
Cartolina Apr.2026 Tre cose
Credo ci siano due cose che non si possono fermare: la luce e l’acqua.
Non puoi arginare la luce così come non puoi arginare l’acqua, sono mosse da una potenza, una forza intrinseca, sostanziale, che le spinge a trovare una strada per proseguire il loro cammino che appare indefinito eppure inarrestabile; la luce e l’acqua si espandono apparentemente scevre alla forza di gravità, cionondimeno si adattano all’elemento che incontrano, lo avvolgono, in un abbraccio che in taluni casi può risultare persino doloroso, distruttivo.
Ma nel bene e nel male, la luce e l’acqua, aprono un varco, uno squarcio (la foto-cartolina di questo mese), e attraverso quella crepa diffondono la loro energia, la loro speranza, la loro linfa vitale.
Personalmente è cambiato il mio rapporto con l’acqua da quando, agli inizi della mia passione per la montagna organizzai una delle mie primissine escursioni in solitaria, per degli errori (che oggi definirei madornali) di pianificazione, mi ritrovai già a metà della salita senz’acqua, ovviamente non avendo capito cosa mi aspettava prosegui la gita, che risultò lunga, faticosa, in una torrida giornata estiva, alla ricerca da un certo punto in poi di qualsiasi simbolo sulla mappa che potesse significare una fonte d’acqua… senza trovarne; pur sognando bibite gelate e fresche fette di cocomero, lungo tutto la discesa mi concentrai a non fare stupidaggini perché leggeri giramenti di testa mi avvertivano che qualcosa non andava, mi aiutai masticando steli d’erba (funziona davvero), poi sapevo che a valle avrei trovato ristoro e questo già bastava a donarmi sollievo.
Da allora nonostante sia cosciente che questa esperienza per me non sia stata poi così radicale (ben diverso è rimanere senz’acqua senza sapere se, quando e dove ne potrai trovare!), il mio rapporto con l’acqua mutò profondamente ed in ogni mia azione quotidiana mi sforzo di usare solo l’acqua veramente necessaria, che sia per la propria igiene, lavare i piatti, o altro; indipendentemente dalla disponibilità che ne ho, per me oggi l’acqua ha un valore assoluto che prescinde dall’uso che ne faccio.
Riguardo alla luce invece, a chiunque sia capitato di fare un’escursione in grotta non turistica e sia stato invitato ad un certo punto a spegnere la torcia elettrica, può avere una pallida idea di cosa significhi “luce”: quando si è avvolti dal buio più completo, un nero assoluto e silenzioso, a decine di metri sotto terra, ci si ritrrova improvvisamente e totalmente persi, inermi, abbandonati in una dimensione irreale, suggestiva da un lato terrorizzante dall’altro, un’emozione forte nonostante si sia in compagnia e ben si sappia che è sufficiente un clik per riavere la confortante luce della propria torcia; e credo che anche lo speleologo più appasionato, desideroso di passare più tempo possibile in grotta, possa godere appieno delle emozioni che l’ambiente ipogeo sa regalargli solo nella speranza, consapevolezza, di poter tornare in superficie alla luce.
Pensavo così, in buona fede, di avere appreso abbastanza sull’importanza della luce e dell’acqua, poi mi è capitato non molto tempo fa di vedere il docu-film sulla valanga di Rigopiano, rimasi molto colpito dalle testimonianze dei soccorritori e dei sopravissuti, ed in particolare da quella dell’ultimo estratto vivo: quest’uomo rimase sepolto sotto le macerie per lunghe interminabili ore (due giorni e mezzo), nell’oscurità, senza potersi muovere, e raccontava che dopo le prime ore iniziò ad avere sete, e questa necessità divenne sempre più forte, così forte, che non pensava ad altro, facendo passare in secondo piano persino il dolore per le ferite e la situazione disperata in cui si trovava.
Ho provato ad immedesimarmi in una situazione del genere, ma non ci sono riuscito, non è possibile, umanamente puoi solo intuire che sono esprienze stravolgenti, sradicanti qualsiasi conoscenza fin qui acquisita; non ho potuto fare a meno anche di confrontare le mie esperienze del buio e dell’acqua con questa storia, e mi sono sentito piccolo, piccolo, col pensiero però ho ringraziato quest’uomo per la sua testimonianza di caparbietà, di coraggio, un messaggio di speranza per tutti noi nelle avversità della vita.
Ed ora avrei finito, se non fosse che appena scritto le prime righe di questo post, mi è venuto in mente che c’è un altro elemento che ha le stesse caratteristiche della luce e dell’acqua: è inarrestabile, è dotato di una forza propria che non si comprende da dove prenda origine, si espande in tutte le direzioni a dispetto delle leggi della scienza, anche lui sfrutta le crepe che noi lasciamo nei nostri muri, che per quanti spessi ed alti sono sempre imperfetti, e si manifesta spesso provocando delle fratture, degli squarci dolorosi, ma proprio da quella sofferenza noi ci dissetiamo della sua linfa vitale, traiamo quell’energia che ci consente di andare avanti, di sperare ancora nonostante le nostre fragilità.
Si chiama: amore.
Buona visione con la cartolina di Aprile su Maupanphoto.com.